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Recensione ‘Dolce come il sale’

di Bonnie Blaylock – Edito Libreria Pienogiorno

TITOLO: Dolce come il sale

AUTORE: Bonnie Blaylock

CASA EDITRICE: Libreria Pienogiorno

GENERE: Narrativa/Saga familiare

SERIE: Autoconclusivo

PAGINE: 352

DATA DI PUBBLICAZIONE: 8 luglio 2026 

PREZZO: 12,99 formato ebook, 18,52 cartaceo

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DISPONIBILE CON KINDLE UNLIMITED

Recensione di Niji di Dolce come il sale

L’arte del bisso è una delle più antiche del Mediterraneo. Proviene da così lontano che è difficile risalire all’origine, che si intreccia con la leggenda. Leggere un romanzo in cui si ricostruisce una parte di questa storia è stato molto interessante. 

La storia, completamente ambientata a Sant’Antioco, in Sardegna, narra di tre generazioni di donne, Allegra, Zaneta e Miriam, madri e figlie che si tramandano questa antica eredità culturale. Sono legate da un giuramento sacro che impone loro di dedicare la propria vita a questa arte che non può essere venduta ma solo donata. Perché il bisso appartiene a tutti e il talento nel ricamarlo viene tramandato di generazione in generazione anche attraverso i momenti più complicati della storia del Novecento. 

Non conoscevo benissimo la storia de “la seta del mare” ed è stato affascinante ritrovarmi in uno scorcio di Sardegna tanto caratteristico e pieno di tradizioni. Le tre protagoniste appartengono a una delle famiglie ebree dell’isola, dove era presente una numerosa comunità ebraica che viveva da sempre lì, lavorando e tessendo. Allegra, infatti, la prima protagonista del romanzo, non è la sola “donna dell’acqua”. Ce sono diverse che ogni giorno, per mesi, si immergono nelle profondità del mare per raccogliere i filamenti prodotti dai molluschi chiamati “Pinna nobilis”.

Questo romanzo può essere considerato una sorta di saga familiare, perché attraversa molti decenni di storia e ci racconta i cambiamenti e le difficoltà che la comunità ha dovuto affrontare. 

Le tre donne protagoniste sono molto diverse fra loro. 

Allegra vive con entusiasmo e gioia il suo destino di tessitrice. Nonostante sia costretta ad affrontare lutti improvvisi e la lontananza del marito, arruolato per combattere nella Grande Guerra, riesce a non perdere mai la speranza e continua a lavorare e a pregare per il ritorno dell’uomo che ama. Giovanni torna, infatti, e insieme a lui costruisce quella famiglia che aveva sempre sognato, mettendo al mondo cinque figli e ricevendo la benedizione di ben tre figlie femmine. 

La realtà di Sant’Antioco è ancora molto rurale e semplice, ciò che conta per Allegra è che la tradizione prosegua e istruisce le figlie a rispettare questo dono che a loro volta dovranno tramandare. 

Tutto cambia con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, quando l’intera comunità ebraica dell’isola viene perseguitata e deportata. Sarà la sola Zaneta, la più giovane fra le figlie di Allegra, a sperare di portare avanti la tessitura del bisso. Zaneta è diversa da sua madre. La sua resilienza è immensa, ma a causa di quello che è costretta a vivere diventa una donna dura e severa nei confronti della figlia Miriam. 

Miriam è quella che maggiormente soffre il carattere della madre, all’oscuro di troppe cose che la riguardano e anelando sempre la sua approvazione che raramente arriva. 

La vita di queste donne segue i flussi di stagioni e maree e ci trasporta in una società che muta sotto ai nostri occhi. Credo che l’ambientazione sia uno dei punti forti del romanzo. Non proprio sarda, perché in realtà racconta solo di una piccolissima parte della regione, ma resta comunque molto suggestiva, grazie alle splendide descrizioni del mare, dei tramonti, delle sfumature dei colori, del ritmo della vita che segue una routine consolidata in secoli di tradizione. 

Lo stile narrativo è scorrevole e talvolta evocativo, con immagini nitide che sembrano accompagnare chi legge fin quasi a percepire l’acqua del mare sulla pelle. La lettura non diventa mai pesante e il fatto che le protagoniste siano così diverse aiuta a non restare intrappolati in una serie di scene ripetute che avrebbero rischiato di annoiare. Nonostante qualche volta il ritmo sembri un po’ lento, è un romanzo che cattura l’attenzione in ogni parte. 

È evidente che l’autrice abbia studiato a fondo questa antichissima tradizione e ho apprezzato che si sia soffermata molto su quanto sia importante tramandare saperi e doni.

Tuttavia, a tratti ho avuto la sensazione che si sia puntato molto sull’eccessiva romanticizzazione di questa sorta di sacrificio. La donna dell’acqua dedica l’intera esistenza, secondo il romanzo, a questa tradizione, impedendo a se stessa di desiderare altro se non tramandare questo sapere. Eppure, nonostante il rischio che tutto possa morire un giorno, la tradizione stessa resta molto rigida su chi possa impararla. Più volte, leggendo, mi sono ritrovata a chiedermi perché non si aprisse questo sapere ad altre donne interessate, sebbene fossero molte quelle che chiedevano ricami benedetti e preghiere per motivi di vario tipo. 

Gli uomini di questo romanzo, comunque, sono meravigliosi. Le tre protagoniste sono state benedette da compagni di vita incredibili che non solo le supportavano, ma camminavano al loro fianco sostenendole in ogni momento più difficile della loro esistenza. In un periodo storico in cui la donna non aveva certo la libertà di oggi, Allegra, Zaneta e Miriam sono state accompagnate da uomini di incredibile spessore umano. Li ho amati tutti. 

Ho notato alcune imprecisioni sulle date. I rastrellamenti degli ebrei in Italia non sono iniziati prima dell’8 settembre del 1943, mentre nel romanzo – suppongo a questo punto per una sorta di licenza narrativa – sono iniziati prima di quel momento. Inoltre, la figlia di Miriam nasce durante il terremoto in Irpinia, nel 1980. Trovo difficile che nella primavera del 1994 fosse già all’università, a meno che non ci sia andata a tredici anni, e che addirittura fosse in un progetto di ricerca storica. 

Nonostante queste sbavature, però, la storia resta molto bella, incentrata sul fortissimo legame fra madri e figlie, sulla memoria storica ed emotiva e sulla continuità fra generazioni. Ho trovato il finale una perfetta chiusura delle vicende di una famiglia che ha saputo resistere a molte tragedie ed è riuscita a tramandare, attraverso la tessitura del bisso, molto più della propria storia. 

4 stelle 

La copia cartacea è stata offerta dalla casa editrice. 

4 stelle

Trama Dolce come il sale

Sardegna, anni ’30: tre generazioni di donne custodiscono un millenario sapere…

Per tutto l’inverno Allegra attendeva la prima luna di maggio: il giorno in cui, con la solennità di una cerimonia, si sarebbe immersa insieme alle altre donne dell’acqua per la nuova stagione. Lo facevano dalla notte dei tempi, per raccogliere i fili d’oro di un raro mollusco e creare un tessuto più prezioso della seta, degno dei re: il bisso. Un patto segreto, trasmesso di madre in figlia, le univa tutte. Un giuramento sacro, che rendeva dolce anche il sale.

Tre generazioni di donne sono le eredi di un’antica arte, secondo una leggenda portata a Sant’Antioco, nel sud della Sardegna, addirittura dalla regina Berenice. Da allora alcune madri tramandano la loro abilità alle figlie sin dalla più tenera età, fino a quando non sono in grado di pronunciare il voto che le vincola: dedicare la vita alla seta del mare, a quel filo che trattiene il giallo del sole, e accettare che i preziosi ricami che ne derivano non possano essere venduti ma solamente donati.

Diventando così dispensatrici di speranza e bellezza che si oppongono al caos del mondo.
Nonostante gli avvenimenti drammatici che sconvolgono l’Italia nel corso del Novecento, le tre donne, Allegra, Zaneta e Miriam, faranno di tutto per non venir meno al giuramento e difendere il loro sapere, affrontando il dolore della perdita e affermando ogni volta la libertà di essere sé stesse.
Un romanzo unico che intreccia con l’abilità delle maestre del bisso le vicende personali delle protagoniste agli eventi storici, infondendo lo splendore di un talento misterioso e di una terra magica.

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